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giovedì 31 maggio 2012

IMPIEGHI


La Pietra di Luserna, la cui estrazione è documentata dalla metà del XVII secolo, è stata usata come
materiale da costruzione fin dai tempi più remoti, anche come elemento per muratura. La
lavorazione tipica era, e parzialmente rimane ancora oggi, la spaccatura dei blocchi in lastre e la
loro successiva riquadratura in prodotti da pavimentazione urbana (lastre, cordoli da marciapiede,
trottatoi, cunettoni, ecc.), da costruzione vera e propria (lastre da balcone, modiglioni, gradini,
alzate, soglie, stipiti ed architravi), da copertura (le famose lose da tetto) e da edilizia funeraria. Fin
dal secolo XVII la Pietra di Luserna ha avuto impieghi nobili come le pavimentazioni esterne dei
La Mole Antonelliana è fatta per buona
parte di Pietra di Luserna
palazzi reali di Torino, Racconigi e Venaria Reale, per citare solo i più noti.
Altro impiego molto importante è la copertura a lose voluta dall’Architetto Alessandro Antonelli
per la Mole Antonelliana di Torino, nella cui struttura furono intercalate lastre, visibili anche oggi,
tra i corsi di mattoni, allo scopo di dare maggiore solidità all’edificio che, al tempo della sua
costruzione, era il più alto al mondo in muratura. Più in generale risulta che, nel periodo tra le due
guerre del XX secolo, il 90% delle scale e dei marciapiedi di Torino era in Pietra di Luserna.
A partire dalla fine degli anni 60 del ‘900 l’introduzione della segagione a telaio e disco diamantato
ha innovato profondamente il processo produttivo.
Attualmente i blocchi sani e compatti, e quindi inadatti alla spaccatura, vengono sottoposti a
segagione, mentre le lastre ottenute vengono fiammate, anticate oppure levigate e lucidate.
Anche la riquadratura delle lastre, così come le lavorazioni di costa, vengono oggi integralmente
effettuate con l’ausilio di attrezzature meccaniche e/o a controllo numerico e l’impiego di utensili
diamantati. Importanti lavori in Pietra di Luserna sono stati eseguiti, oltre che in molte città
italiane, anche in molti paesi europei ed extra-europei, compresi Stati Uniti, Canada, Giappone,
Thailandia ed Australia.

martedì 29 maggio 2012

METODO DI COLTIVAZIONE DELLE CAVE DI LUSERNA AL GIORNO D'OGGI


L’odierno lavoro del cavatore comporta l'utilizzo di numerosi macchinari tecnologicamente
avanzati che hanno quasi annullato la fatica fisica e contemporaneamente incrementato la
produttività.
La coltivazione di una cava di Pietra di Luserna si compone in sintesi delle seguenti fasi:
scopertura, taglio al monte della bancata utile, riquadratura blocchi e trasporto.
cave di bruno franco livio
dbf escavazioni pietre di luserna


Scopertura
Eliminazione della copertura superficiale del giacimento, detto cappellaccio, con l'uso di escavatori
ed esplosivo.
Taglio al monte della bancata utile
Distacco dalla montagna di una porzione di roccia di almeno una decina a metri cubi. A questo
scopo sono necessarie le seguenti operazioni:

Perforazione: 
vengono eseguite una serie di perforazioni, allineate e parallele all'interno della
bancata rocciosa che si vuole distaccare dalla montagna, con speciali perforatrici idrauliche o
pneumatiche che producono fori profondi mediamente da 2 a 6 metri aventi un interasse di circa
20-30 cm;

Volata:
i fori eseguiti in precedenza vengono caricati con esplosivo (principalmente polvere nera e
miccia detonante) e fatti brillare, provocando il conseguente distacco della bancata rocciosa;
taglio con filo diamantato: in alternativa al metodo "perforazione + volata", in alcune cave, viene
usato uno speciale macchinario dotato di un filo d'acciaio e utensili diamantati in grado di tagliare
la roccia; si ottiene così una superficie di taglio netta e liscia con conseguente eliminazione
dell'eventuale fratturazione indotta dall'esplosivo.

venerdì 25 maggio 2012

Scheda Tecnica Della Luserna


tipo di pietra: gneiss/beola
finitura:levigato, non trattato
Verso di taglio: segato al verso
Paese d'origine: Italia
uniformità: molto uniforme
quantità disponibile: per medie quantità
applicazione: interno/esterno
Peso volumetrico : 2615 Kg/m3
Resistenza a compressione : 1662 Kg/cm2
Resistenza a flessione : 218 Kg/cm2
Resistenza ad abrasione : 0,88 mm
Imbibizione : 3,02 % o per peso
Coeff. di dilatazione termica : 0,0037 mm./m.oC

Ogni pietra, essendo un prodotto naturale, è un pezzo unico, un oggetto prezioso, e quindi può presentare variazioni di colore e struttura.

 Variazioni di colore e struttura
La facies più caratteristica della Pietra di Luserna è uno gneiss a regolari occhi feldspatici allungati,
di dimensioni millimetriche, che gli conferiscono una struttura a tendenza occhiadina. È composto
principalmente da feldspato(30-50%), quarzo (30-40%) e mica bianca e verdastra (10-20%), cui si
deve il caratteristico colore grigio-chiaro tendente al verdognolo. La tessitura della roccia è pianoPietra
di Luserna scistosa, per la presenza di sottili letti ricchi di mica bianca fengitica isorientata, e la struttura è a
tendenza porfiroblastica, anche se variabile da zona a zona.

Dati tecnici

Fonte: Istituto di Arte Mineraria del Politecnico di Torino – Certificato n. 81/5215 del 25/03/1982
Caratteristiche: Valori medi
· Massa volumica apparente: 2.620 kg/m3.
· Coefficiente di imbibizione: 3,11 %
· Carico di rottura a compressione semplice, con direzione di carico perpendicolare ai piani
di scistosità: 162,4 MPa
· Carico di rottura a compressione semplice, con direzione di carico parallela ai piani di
scistosità: 92,8 MPa
· Carico di rottura a compressione semplice dopo gelività, con direzione di carico
perpendicolare ai piani di scistosità: 159,9 MPa
· Carico di rottura a compressione semplice dopo gelività, con direzione di carico parallela ai
piani di scistosità: 100,1 MPa
· Modulo elastico tangente: 63.845 MPa
· Modulo elastico secante: 46.470 MPa
· Carico di rottura a trazione indiretta mediante flessione: 21,7 MPa
· Usura per attrito radente - coefficiente di abrasione al tribometro: 2,41 mm.
· Usura per attrito radente: coefficiente relativo di abrasione al tribometro, riferito al granito
di San Fedelino: 0,90
· Prova di rottura all’urto: altezza minima di caduta: 84 cm.
· Coefficiente di dilatazione lineare termica: 3,3 * 10^-6 / K
· Microdurezza Koop: 4.777 MPa

venerdì 18 maggio 2012

La Lavorazione Della Pietra IV

Una volta tracciata, veniva fatta "la spuntà", che consisteva in una serie di fori lungo la linea segnata, realizzata mediante l'utilizzo del mazzuolo e di una punta di ferro. Seguiva poi la sistemazione dei "punciot" che venivano messi ad una distanza variabile in base allo spessore del blocco da lavorare. Quando questi non erano sufficienti, venivano sistemati lungo lo spessore del blocco, i cosiddetti "trincant".
Il blocco viene selezionato in seguito ad una battitura dei "punciot", tramite la mazza, veniva tagliato; era questo un lavoro molto faticoso, a quei tempi non si utilizzavano i mezzi attualmente disponibili in commercio.
Dall'operazione di taglio, si otteneva la porzione di blocco destinata a spaccatura, che i cavatori chiamano "burà".
Le fasi di spacco cominciavano con la ricerca del filone migliore presente nella parte centrale del blocco, quindi con l'utilizzo della mazza e del tipico attrezzo, chiamato in piemontese " 'l bach", si iniziava la lavorazione, prendendo dalla parte anteriore e percorrendo tutto il masso. Si ripeteva poi la stessa sequenza in tutti gli altri filoni; in tale fase era necessaria la presenza di due persone, uno doveva tenere il "bach" mentre l'altro colpiva con la mazza.
una volta suddivisa in fogli tutta la pietra, questi venivano rimossi e trasportati agli appositi luoghi di carico, localmente detti "cariur"; qui erano separati in base agli usi e successivamente condotti a valle con vari mezzi.
Riguardo a questa fase di lavorazione, comune a tutte le cave, esiste una testimonianza trasmessa da un ex cavatore, Marco Piccato, al gruppo di "Da Pare 'n fieul" sul finire degli anni sessanta. 
       " Alla sea...quando siamo arrivati vicino alla rocca abbiamo trovato un blocco le cui dimensioni erano: 25 metri di lunghezza e 8 o 9 di larghezza. Presentava un solo taglio nella sua metà ed una pendenza favorevole alla lavorazione.
Su quel blocco abbiamo lavorato 3 anni.
Quando sistemavamo i cunei fino al primo spaccato, non era ancora molto pericoloso perchè il blocco avanzava fino al luogo destinato al carico, ma dalla metà in avanti la distanza era maggiore per cui sistemavamo i cunei e poi si inserivamo sotto al blocco il "curlu" perchè potesse scivolare in avanti. Con i palanchini sollevavamo il blocco (magari in 10 o 12) fino all'altezza di 30 cm circa, sistemavamo i cunei per la "sara" e il "curlu" e poi di corsa uscivamo dalla cava, mentre per Pruciòt (Turina) con una mazza faceva volare i cunei disotto sul blocco in modo che esse, cadendo sul "curlu", scivolasse fino al "cariur" (zona di carico).
Il blocco in questione però, essendo più largo dell'ingresso della cava, non riusciva a passare per cui lo lavorammo li sul posto tutti e quattro armati di riga e squadra e prima di notte riuscivamo quasi sempre a tagliarlo tutto e l'indomani mattina eravamo gia in grado di caricare il prodotto finito sul camion e portarlo a valle."   
Con questo possiamo capire come la fatica da impiegare, per scaricare ogni singolo blocco di pietra fosse elevata, in particolare questi casi, quando si incotravano massi enormi.

venerdì 11 maggio 2012

La Lavorazione Della Pietra III

La fase successiva alla pulizia era quella di "feje 'l test a la gava" (fare "testa" alla cava), ossia pulire la parte anteriore del masso sano.
Da qui in poi iniziava la vera estrazione della pietra; con la sistemazione dei cunei, si dava avvio alla fase, detta in temini locali, "fè l'encugnà"(fermarle). I cunei dovevano essere sistemati in maniera giusta, in modo da facilitare la divisione della pietra in fogli di diversi spessore. Era necessario, per una giusta operazione, osservare bene che il masso avesse un bel "distacà"(feritoia) e che questa fosse continua per tutta la lunghezza del blocco. Lo spessore dell' "encugnà"(fermo), il cui scopo era quello di facilitare lo staccamento dei vari spessori (le venature) del blocco, tramite palanchi, per sollevare determinati spessori di pietra dove c'erano le feritoie, facendo la "sarà"(la chiusura), fase in cui venivano fissati nella fessura tre cunei, uno sull'altro, sempre per facilitare il distacco.
A questo punto, nella maggior parte dei casi, la presenza dei soli lavoratori di una cava non era sufficiente per staccare il masso tramite sollevamento, viste le dimensioni ed il peso; si ricorreva allora a chiedere aiuto ai cavatori più vicini ed anche a quelli lontani.
Il numero delle persone necessarie per far lava era abbastanza elevato infatti:
"Al  "Brich d'ij Vot" eravamo sempre da ottantacinque a novanta in su e a volte addirittura anche cento a afr lava..."  (testimonianza di Marco Piccato classe 1914).
Questo fatto ci fa notare come la vicendevole collaborazione tra cavatori fosse importante in determinati casi; nelle cave erano infatti tutti amici, perchè l'aiuto vicendevole era fondamentale.
Nel compiere la "sarà", i cavatori si disponevano, uno accanto all'altro lungo il masso ed infilavano il palanchino nella fessura creata con i cunei; al grido di colui che faceva da guida, iniziavano a sforzare facendo leva. Chi guidava il lavoro, doveva essere abbastanza abile ed esperto, doveva infatti guardare che tutti avessero il palanchino ben messo, per la buona riuscita del lavoro, e soprattutto per non andare incontro a disgrazie.
Gli operai, che erano sottoposti a fare leva, dovevano agire in coordinazione ed occorreva che prestassero particolare attenzione agli ordini degli addetti, infatti, quando alla fine questi urlavano "l'è bun-a" (è buona), bisognava che tutti i palanchini venissero tolti nel più breve tempo possibile; una breve svista poteva causare gravi danni a tutta la gente ivi presente.
Quasi sempre la persona addetta alla "sarà" si trova a bocconi sopra " l'encugnà".
Al termine del sollevamento, i cavatori si sistemavano due per ogni "sarà", il cui numero variava in base alla lunghezza dell' "encugnà", e mediante una mazza ed un palanchino, la buttavano giù; tale fase veniva detta in  piemontese "descrichè la pera" (liberare la pietra). Il distacco del masso avveniva un po' alla volta al suo termine il cavatore più anziano della cava ringraziava i convenuti per l'aiuto prestato e ricordava ad essi che da quel momento in poi erano in libertà.
Ogni gruppo, dopo una chiacchierata, ritornava quindi alla propria cava, mentre i lavoratori di quella interessata, iniziavano a lavorare il blocco estratto.
Come prima operazione, veniva compiuta una pulitura generale per poter osservare il masso che non presentasse difetti ed in seguito, con l'aiuto di una squadra, una riga, ed un carboncino segnavano il perimetro di tutta la pietra lavorabile.

lunedì 7 maggio 2012

LE FASI DELLA LAVORAZIONE I

L'estrazione della pietra, un tempo, era costruita da diverse fasi ed il ricavare un blocco della cava poteva necessitare anche di più giorni di lavoro. Alcune di queste fasi erano fondamentali, mentre altre facoltative.
Col passare del tempo, la lavorazione subì dei cambiamenti, in particolare nel secolo dopoguerra quando iniziò a diffondersi la pietra da "mosaico"; questa veniva infatti ottenuta con una lavorazione diversa dalle tipiche "lose" essendo di dimensione minore.
Una cava, prima di essere soggetta a lavorazioni, doveva essere scoperta dalla terra e dalle pietre che si trovavano su di essa; questo costituiva il primo fondamentale lavoro da compiere.
Nel "descariè la gava"(scaricare/scoprire la cava), operazione che poteva durare anche alcuni mesi, il lavoro era principalmente manuale, ma in alcuni casi veniva anche usata l'acqua, creando appositi incanalamenti con vasche di riserva. Nella fase manuale, i cavatori si servivano solamente di mine, pale e palanchini, procedevano un po alla volta fino ad arrivare sulla così detta "pera bunna"(pietra buona), apportando il materiale di scarto tramite carretti, che potevano essere di diverso tipo.
Sulle cave bagnolesi, durante la pulizia della cava era molto diffuso l'uso dei seguenti tipi di carretti:

  • "la galiola": carriola a due ruote, trainata manualmente mediante due stanghe; veniva utilizzata soprattutto per la rimozione di materiale di scarto di piccola dimensione,
  • " 'l chèr mes mat": carriola particolare, dotata di due ruote, messe a bilanciere con due pali di castagno  di un timone per montarvelo. Aveva una portata decisamente maggiore della "galiola".
  • " 'l chèr mat": carro normale con quattro ruote e dotato di un timone anteriore, per consentirne la guida. Generalmente veniva condotto da due persone, che lo spingevano facendo leva con i pali sulle ruote le quali per poter viaggiare dovevano muoversi su guide o rotaie, costituite da lastroni di pietra, appositamente sistemante. Era il più usato viste e dimensioni e la portata elevata; molte volte serviva anche nel trasporto di lastroni di prodotto finito.   
I suddetti mezzi venivano anche utilizzati nel caso si impiego dell'acqua; in questa fase, dopo aver cercato una vasca di riserva a monte del giacimento, al momento opportuno veniva aperto il così detto "argurch" e l'acqua veniva fatta scendere a di colpo e a gran velocità, in modo che ammucchiasse il materiale indesiderato.
Le pietre e la terra di scarto venivano poi condotte, in entrambi i casi, tramite i "vagunot su rutaie"(vagoncini su rotaie) nelle discariche che erano luoghi prestabiliti in cui i cavatori conducevano il loro materiale.

venerdì 4 maggio 2012

LA LAVORAZIONE DELLA PIETRA II

In questo periodo, lo si deduce sempre dallo studio dell'Eandi, la destinazione del materiale estratto dai monti bagnolesi era principalmente diretta alle province di Pinerolo e Torino, ma anche la provincia di Saluzzo ne faceva largo uso.
Una "mèira" bagnolese ristrutturata
"mèira Beltramo"
La pietra lavorata, nel suddetto periodo, veniva utilizzata in diversi settori: nell'edilizia civile e rurale, nell'edilizia pubblica per i marciapiedi, i ponti e le banchine e nella costruzione di fontane e oggetti vari.
La costruzione della strada "Via Mugniva", terminata nel 1845, che da Montoso scendeva nella Val Luserna, diede una grande spinta alla commercializzazione della pietra.
verso il 1850 le cave attive erano una ventina e davano una resa estremamente povera ma a fine secolo erano molte di più e rappresentavano il carattere forte di Bagnolo, a livello lavorativo.
Secondo una testimonianza raccolta dal gruppo "Da pare 'n fieul", pare che nel 1861, durante l'Unità d'Italia, alcuni cavatori bagnolesi fossero impegnati a Roma nella costruzione di strutture in pietra, proveniente da quelle zone.
Nel giugno del 1897, come un documento riguardante gli incassi dei diritti di barriera, i carri discesi dalle cave, nei primi sei mesi di quell'anno, ammontavano a ben 1432 per un totale di 254637 miriagrammi di pietra. La particolarità di tale documento è che molti dei cavatori di allora, ancora oggi dopo diverse generazioni riguardano persone tuttora impegnate nell'attività estrattiva; ne sono un esempio: Bruno Franco, Vottero, Ribotta, Depetris, ecc..
per distinguere meglio un cavatore dall'altro, l'uso dei soprannomi era assai ricorrente, come anche tra la singola gente. Anche nel suddetto documento abbiamo un notevole utilizzo di soprannomi, indicati accanto al nome proprio della persona; troviamo infatti: Canuia, Frailin, Borgarela, Bersan, Burun, ecc..
La situazione migliorò ulteriormente nel secolo successivo, anche se ci fu l'incombenza delle guerre, di cui la seconda rappresentò una notevole fonte di difficoltà.

martedì 24 aprile 2012

La Lavorazione Della Pietra

"Nella persona extranea et quae non habitet in Bagnolio, possit audeat vel presumat... vel habitare in montanea Bagnolij vel ibi... facere ressiam... fornaces calcinaria facere vel coquere".
Queste frasi, contenute in un documento del 1338, costituiscono la prima testimonianza storica riguardante lo sfruttamento e l'utilizzo delle pietre sui monti dei Bagnolo. Gli stessi argomenti vengono successivamente ribaditi, in una sentenza arbitraria del 1446, tra la popolazione bagnolese ed il conte Malingri.
Bricco dei Volti, Bagnolo, anni Venti
(presa dal libro "pietra di Luserna)
Nel IV secolo ci furono i primi "affitti" del suolo pubblico a privati; lo scopo era quello di fare estrarre pietre da destinare alla costruzione della nuova capitale del regno sabaudo, visto il trasferimento della capitale del Ducato di Savoia da Chambery a Torino.
Tra la fine del Medioevo e l'inizio del era moderna, lo sfruttamento delle pietre non era quindi paragonabile a quello attuale; in un documento del 1715, nel quale vengono elencate tutte le proprietà comunali, viene infatti citata solamente la presenza sui monti bagnolesi di una miniera di ferro, poco fertile ed in disuso da circa quarant'anni.
Tale situazione di abbandono delle montagne, rimase stabile per molto tempo; una descrizione del territorio del 1721 cita "duemila giornate di monti nudi". con una serie di località: "Turlo, Resia, Crosij, Friolant, Pian del Marro...", descritte come "monti di difficilissimo accesso... perciò la comunità non ha mai ritrovato nè a vendere nè ad affittare...".
Cava Bagnolese anni quaranta
(presa dal libro "pietra di Luserna")
Ciò non esclude però che nel corso del XVI sec la pietra continuasse ad essere estratta; Ad lavorarla, in questo periodo, erano principalmente alcuni pastori che la utilizzavano come materiale da costruzione per le "meire" o per i muretti di sostegno dei pendii coltivati. Pare che in questo periodo iniziarono ad affermersi i primi "lusatiaire", ossia i lavoratori della pietra, che salivano alle cave dette a livello locale "lusere", per poi condurre al piano le famose "lose" lavorate.
Nel secolo successivo, con la rivoluzione industriale ed i radicali cambiamenti a livello sociale, si è giunti ad una valorizzazione della pietra, con uno sfruttamento organizzato delle cave.
A partire dall'800 in poi, nell'economia locale, il ruolo della pietra assunse sempre maggior valore; risalgono infatti agli inizi di questo secolo le prime forme di regolamenti e statistiche.
lo storico saluzzese nonché vicepresidente della provincia di Saluzzo, Giovanni Eandi, nel suo libero "Statistica della provincia di Saluzzo", riporta un importante tabella recante dati sull'estrazione della pietra a Bagnolo relativa all'anno 1833.


LUOGHI DELLE CAVE ==> Bagnolo

DENOMINAZIONE ED USO DELLA PIETRA ==> Micascisti, Lastre, Pei tetti e Pei pavimenti e muri di                                                cinta

NUMERO DELLE CAVE IN OGNI LUOGO  ==> 42

NUMERO DEGLI OPERAI ==> 84

QUANTITÀ MEDIA DEL LAVORO ANNUO ==> 500 tra buchi lineari di lastre per cinta di muri II. 3 cad. tra buchi quadrati di lastre da tetto, e pavimenti a II. 12 cadauno

PREZZO TOTALE DEL LAVORO ==> lire 1500

AVVERTENZE SPECIALI  ==> queste pietre si estraggono dai monti al nord ovest, ed alla distanza di ore 4 da Bagnolo, dove si  conducono a carico di mulo per essere venduti. la più comune delle grandezze delle lastre e di mm 771 x 2 m x 28mm.

Bagnolo e Barge (alcune piccole informazioni)

Bagnolo e Barge sono pressochè simili dal punto di vista geografico, entrami sono prevalentemente montuosi ma si estende anche una parte in declivio ed una assoluta pianura. Essa è più estesa a Barge che a Bagnolo ma essendo paludosa e malsana non fu abitata fino al '700. Tra San Pietro e Villaretto a destra  della strada provinciale il territorio rimase paludoso fino al secolo scorso e questa era una ragione in più per la popolazione per rimanere sulla costale alpina. Fino al '800 l'intera zona era isolata dai medi centri sociali (Saluzzo, Pinerolo) a causa della mancanza di ponti stabili e per la presenza dei troppi fiumi, ma con la costruzione delle ferrovie e dei ponti (es il ponte di Bibiana che collega con Bricherasio e Luserna) le possibilità di socializzare e commerciare aumentavano notevolmente. Con l'unificazione italiana , Barge e Bagnolo passarono a rango di "paesi al confine d'un piccolo Stato regionale, ma vicino al potere centrale di questo" (Torino distava appena una sessantina di chilometri da Barge e pochi di meno da Bagnolo). a "luoghi di periferia, lontani 800 chilometri dai ministeri".

lunedì 23 aprile 2012

La Nascita della Comunità

Bagnolo P.Te e Barge sono due comuni della regione Piemonte, al confine tra la provincia di Cuneo, nella quale sono ricompresi amministrativamente, e quella di Torino, alla quale sono legati profondamente dall'economia e dalla cultura. Due piccoli centri, il secondo dei quali e poco più importante del primo , per abitanti e territorio. La profonda interazione tra loro, ci obbliga, entro certi limiti, a trattarne quasi come fossero una cosa sola. Pur distando appena 4 chilometri l'uno dall'altro, tuttavia, entrambi presentano peculiarità tali da differenziarli, ma si tratta spesso di sfumature, che non vengono colte dal forestiero.
 Barge, anche se risentì sempre del fatto di non essere una cittadina situata allo sbocco di una vera vallata, ma solo di valloni minori e di essere tagliata fuori sia della Valle Po, che da quella del Pellice, riuscì, tuttavia, a sviluppare un agglomeramento storico di una certa importanza. Bagnolo, invece, nel periodo accedente il secolo XX, non era che un gruppo di borgate, che si trovano tutte, in epoca feudale, sotto la giurisdizione della casata comitale dei Malingri. Proprio il feudalesimo marcò la differenza tra le due località confinanti. Infatti, Barge perdette il proprio consortile signorile già nel XV secolo e ciò avvenne a tutto vantaggio delle formazioni di forti strutture comunali. La cittadina, caduta definitivamente in mani sabaude nel 1363, dopo un periodo di aspre contese tra conti di Savoia e marchesi di Saluzzo, casate che furono entrambe titolari di una quota feudale, venne trasformata dai Savoia-Acaia, prima, e dal ramo cadetto sabaudo, poi, in un'importante piazzaforte strategica, che fu vera e propria "spina nel fianco" per il rivale marchesato. Anche se un rapporto feudale continuò ad essere ancora per secoli, esso fu più che altro di natura economica, riducendosi a decime e donativi a favore dei Savoia (anzi, per meglio specificare, a partire dal XVII secolo, "a favore dei Savoia-Carignano", infeudati dal ramo principale). Già nel XVI secolo, venne creato un mito circa la "fedeltà ad oltranza" di Barge verso il casato sabaudo: "Barge may e stata stancha / di servir la Croce Biancha / sempre may è stata francha / e tutta sua possanza a servire li vuol dare", così scriveva proprio in quel era il poeta Giacomello da Chieri, detto il "Ghinghelinghino", nella propria opera poetica "El Piemonte è 'l primo fiore".
stemma di Bagnolo
 Invece, per Bagnolo, le cose stavano in modo diverso: il potere del conte Malingri di Bagnolo, feudatario minore, invalso a seguito della caduta del consortile nobile primitivo, vi rimase quasi indiscusso fino alla Rivoluzione Francese. E' vero che, anche qui, esistette una "Comunità" fin dal XIII secolo, ma questa era una specie di "condominio" tra il nobile feudatario e i villani liberi (quasi tutti dediti all'agricoltura e alla pastorizia): il primo soggetto, insomma, poteva avere anche peso nella vita amministrativa della comunità, in quanto "membro nato" del Consiglio, mentre i libero potevano essere dei soggetti passivi nelle vicende feudali. Quanto alla politica attuata dai Savoia verso il territorio Bagnolese, bisogna ricordare che essi trattarono, fin dai tempi del Principe d'Acaia, di costruire una "villa nova" più a valle, rispetto alle borgate principali preesistenti (Villar, Villaretto, Olmetto, eccetera), sul luogo dove, nel XV secolo, era sorto il Monastero di San Pietro in Vincoli. Ma la gente accolse la proposta con diffidenza ed attese il XVII secolo per dare una svolta a questo movimento, che si completò solo nel secolo attuale. E non ebbe torto, in quanto San Pietro, pur trovandosi in posizione salubre, era pressochè indifendibile, visto che non esistevano nè corsi d'acqua, nè ripari naturali: ecco perchè, mentre migliaia di persone si accalcavano già entro il perimetro cittadino bargese, cinto da due forti muraglie e da un buon fossato e difeso da due castelli, la popolazione bagnolese attese che lo Stato centrale avesse garantito una sufficiente sicurezza interna, con la costruzione delle grandi fortezze alpine di frontiera, per scendere a valle. Nell'epoca medioevale, paradossalmente, conveniva maggiormente risiedere in un luogo umido, come Barge, o in uno isolato, come Villar Bagnolo, che non in una zona salubre, qual'era quella di San Pietro.
castello di Bagnolo P.te
Le due Comunità furono etnicamente omogenee? Difficile dirlo, ma proprio il maggior isolamento delle borgate di Bagnolo portò quella gente a contrarre più frequentemente matrimoni sempre nella medesima cerchia. Anche per Bagnolo, comunque, resta difficile credere che il nucleo iniziale fosse stato omogeneo, sia perchè stabilire la data d'inizio delle borgate è praticamente impossibile, sia anche perchè il meticciato fu sempre un fenomeno costante, specialmente nella penisola italian, abitata da tempi remoti e continuamente percorsa da conquistatori, che, spesso, erano tribù federate, ma di provenienza assai differente.
 A Barge, la mescolanza tra famiglie di diversa origine fu frequente fin da tempi antichi e solo alcune borgate (Gabiola, Ripoira) si dimostrano più conservatrici. Quando il centro venne distrutto. nel 1363, vi perirono un centinaio di uomini del luogo ed esso venne ripopolato da gente proveniente dalle terre dei Savoia (probabilmente, quegli stessi Chieresi e Moncalieresi incaricati delle ricostruzioni delle mura, da loro, prima, atterrate). nel '500/'600, vi si alternarono guarnigioni al soldo della Francia, ma composte in massima parte da Marchigiano-Romagnoli e soldatesche al soldo della Spagna, nelle quali militavano Sardi, Corsi e Napoletani (in senso lato): centinaia di uomini (il solo "castelnovo" ne ospitava 300), per lunghi anni... Si aggiungono a ciò le scorribande di veri e propri Tedeschi e Francesi e occasionali comparse di condottieri albanesi o catalani o inglesi, mandati dalle più varie potenze europee con la inevitabile scia di violenze e stupri. Nel XVII sec le montagne del Bargese furono luogo di rifugio per gli abitanti delle pianure cavuoresi, la maggior parte di essi non ritornarono mai alle loro case tanto che, l'ormai vuota Cavour fu ripopolata con l'induzione di famiglie monergalesi. Detto ciò parlare di etnie può risultare molto difficile, anche se molti cognomi attualmente esistenti si possono riscontrare anche in documenti datati XII/XIII non può considerarsi un dato attendibile: i cognomi non sono cromosomi.

sabato 21 aprile 2012

STORIA

stemma dei Savoia

" Tutti erano poveri e nessuno era misero" diceva Peguy, parlando delle società del passato ed avendo parzialmente ragione. Certamente ci saranno state minori le libertà e la piramide sociale molto più cristallizzata, ma quasi da soli, artigianato e agricoltura erano riusciti a dare solide basi all'economia. Questa non poteva essere paragonata a quell'attuale, tuttavia, essa non creava ne alimentazione "da lavoro" ne da "mancanza di lavoro". L'artigiano, ancor più del contadino, era un "homo faber", un inventore, anche quando lavorava entro modelli consolidati. I suoi problemi potevano essere immediati e materiali, ma molto raramente erano di ordine morale, perchè possedeva valori fondamentali, che gli conferivano una solida traccia di vita e che furono assolutamente indiscussi fino all'avvento della rivoluzione industriale. Il fatto di continuare una tradizione familiare o locale, seppure rivissuta alla luce dei tempi nuovi ad attraverso nuovi segni, era per lui, in primo luogo, un vanto e, poi, il simbolo della felicità ad un impegno verso la prosperità. Anche quando fosse stato un innovatore in politica, preferiva essere un conservatore nella quotidianità, fatta di piccole cose e di gesti metabolizzati. Tutto ciò era un "patrimonio". Esso fu un pilastro dell'economia locale, in un territorio che costituì un punto d'incontro di varie civiltà (ligure, celtica, greco-ellenistica, romana, tardo gallo-romana e, ancora, barbarica, occitana, franco-provenzale e padana) e subì, in epoca moderna, varie dominazioni (francese e spagnola), vide le guerre di religione tra cattolici e protestanti e l'adesione, dal XV secolo in poi, delle classi superiori alla cultura italiana, verso la quale fu indirizzata l'intera popolazione, per volontà dei Savoia.
operai nella "cava Cassetta" anni trenta
presa dal libro "la pietra di luserna"
 Questa casata, a partire da Emanuele Filliberto, riuscì a convincere con i fatti la gente, anche quella umile, ad essere fedele, prima ancora che le popolazioni si ponessero domande sulla rispettiva identità, che avrebbe potuto essere occitana, franco-provenzale, piemontese, francese o italiana. Nel Medioevo, gli abitanti gli abitanti delle zone prese in esame si definivano semplici "cristiani" e, successivamente, si sentirono "sabaudi": fedeli sudditi della Corona, anche se parlavano un dialetto del tutto diverso da quello di Torino, perchè fortemente influenzato dall'occitano alpino, se vivevano in abitazioni di stile franco-provenzale, penetrato dalla Val Susa e se erano stanziati al confine con quel grande Stato assolutistico e culturalmente livellatore, che era il Regno di Francia. Questo "popolo sabaudo" cercò di scegliere ciò che ritenne meglio per se stesso, prendendolo a prestito delle grandi culture che lo circondavano, perchè non possedeva uno spirito fortemente inventivo: le sue caratteristiche migliori erano certo altre...Emanuele Filiberto di Savoia aveva preso in mano un popolo dedito a "pan, vin e tamburin", come scrivevano gli ambasciatori di Venezia, ancora legato fortemente al mondo mediterraneo e lo aveva trasformato in un altro: riflessivo, militaresco, chiuso, ma formalmente cortese, retto da un'animazione che viveva del mito dell'inflessibilità (anche se, spesso, aveva troppo bisogno di denaro, per essere veramente seria). le vicende di cui si narrerà saranno principalmente storie di quelle genti e dei loro discendenti.
operai nella "Cava Cassetta" anni trenta
tratta dal libero "la pietra di luserna"
 Naturalmente, dopo la rivoluzione industriale, chi scese in pianura non volle più vivere come i propri padri; credette di poter migliorare e, almeno sotto il profilo economico, il più delle volte, vi riuscì. Comunque, modificò il suo patrimonio culturale originario o, meglio, lo mutò con un latro. La cultura piemontese gettò il proprio mantello su quella occitana, oscurandola e lasciando che venisse intesa come "meno civile". Ma, come tutti i manti culturali, anche quello fu, fin dall'origine, già forato ed è proprio attraverso tali fori, che noi, oggi, dobbiamo gettare lo sguardo, per comprendere ciò che fu. Qualche volta, utilizzando questo metodo, si potrà tornare indietro solo di qualche centinaio d'anni, altre volte, di migliaio, ma non è importante. Ciò che d'avvero conta è che si tratti di uno sguardo equilibrato, che eviti di rifugiarsi nella facile lode o denigrazione "temporis acti", cioè di ciò che fu e che si è sciolto con le "neiges d'antan". 

venerdì 20 aprile 2012

Parole del Presidente della Regione Piemonte ON. ENZO GHIGO

La "pietra di Luserna", denominazione con la quale da oltre un secolo si indica il pregiato gneiss lamellare estratto nel bacino compreso fra Barge, Bagnolo Piemonte, Luserna san Giovanni e Rorà. ha ora la sua patente di nobiltà, grazi e al marchio di riconoscimento voluto e realizzato dall'Amministrazione di Luserna san Giovanni.
per degnamente ricordare l'avvenimento, la stessa Amministrazione ha promesso una serie di studi storici, tecnici e sociologici che evidenziassero le varie e molteplici realtà in rapporto alla zona di origine.
Le cave di Montoso (Bagnolo P.te)
Da quasi 100 anni, l'attività d'estrazione dello gneiss è divenuta una delle principali fonti di reddito, sia per la popolazione di Bagnolo Piemonte, che per l'Ente pubblico locale (soprattutto). Ciò è avvenuto per la tenacia di chi ha creduto che si dovesse guardare al futuro, scommettendo ed investendo energie e lavoro su questa grande risorsa delle nostre montagne.
Cavatori bagolesi negli anni Trenta
(estratta dal libro: la pietra di luserna)
Oggi le macchine hanno sostituito il lavoro animale ed in parte quello manuale, ma quello che più impressiona nella storia delle cave sta nel contenuto umano che emerge da ogni racconto dei vecchi cavatori, gente per lo più riservata e schiva, cresciuta a contatto della natura e carica di esperienza legate ad essa.
Essi erano dei pionieri che pur di non andarsene dalla propria terra, hanno accettato una vita difficile sui monti, mantenendo sempre un grande amore per la libertà.
Ed anche oggi, dopo la grande trasformazione tecnico-industriale, i cavatori rimasti su quelle montagne hanno mantenuto intatte quelle qualità.